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La cultura Vedica - 2


La cultura vedica - 2


I Brahmana sono testi rituali e teologici risalenti all’epoca in cui furono definitivamente raccolte e fissate le samhita dei Veda, all’incirca nella prima metà del primo millennio a.C. Tali testi erano in uso nelle scuole brahmaniche che proliferavano in quantità e si andavano suddividendo in vari cakha (rami) per ognuno dei Veda: tra i più importanti si annoverano l’Aitareya-brahmana, che tratta le funzioni dell’hotr del Rgveda e lo Shatapathabrahmana o “Brahmana dei cento sentieri” (cosiddetto dalle 100 sezioni in cui è suddiviso il libro), noto anche come Vajasaneyi-samhita, avente come oggetto le funzioni dell’adhvaryu dello Yajurveda.

I Brahmana riguardano, nell’insieme, prescrizioni rituali relative al sacrificio e alla preghiera; la parte più interessante è quella dedicata ai miti, in particolare a quelli cosmogonici (cioè attinenti alla creazione e alla genesi dei mondi), ai racconti o alle narrazioni di argomenti vari; essi rappresentano comunque una valida testimonianza dello sforzo con cui la casta sacerdotale brahmanica ha progressivamente acquisito prestigio e preminenza nella società indiana, nei secoli successivi all’invasione aria e in una fase di “assestamento” del popolo dominante. La conquista del primato sociale da parte dei brahmani ha avuto un suo significativo fondamento teorico: il sacrificio rituale (o brahman) che ha un ruolo centrale nella religione brahmanica diviene infatti (e solo per opera di chi lo compie) un mezzo efficace per “obbligare” il dio a piegare la sua volontà a quella dell’offerente; ovviamente solo una ristretta elité ha diritto, per nascita, all’esecuzione del sacrificio, un rito scandito da un lungo e dettagliato cerimoniale che esige una preparazione ad hoc. I membri della casta pretendono, per questa ragione, onori e riconoscimenti esclusivi, superiori a quelli regali e il re stesso anzi necessita della consacrazione dei brahmani affinché sia legittimato il suo potere. Al rigido formalismo della religione brahmanica, codificata appunto nei brahmana, si affianca ad un certo punto un atteggiamento di pensiero che, pur non rinnegando in toto la tradizione, si sostanzia ormai di idee filosofiche nuove, nel tentativo di dare risposte più esaurienti agli interrogativi dell’uomo, solo in parte soddisfatti dal bramanesimo (per es.la condizione dell’uomo dopo la morte corporea, la sostanza dell’universo…).

E’proprio dal connubio tra bramanesimo e speculazione filosofica che nasceranno le Upanishad: il nome significa letteralmente “seduta segreta, confidenziale”, quella che si svolgeva al termine degli studi abituali tra il maestro e i discepoli.

Il numero di queste opere è superiore a cento e molte sono, inoltre, quelle di epoca recente. Il nucleo più arcaico delle Upanishad risale all’epoca vedica, alla prima metà del primo millennio a.C., anche se non è da escludere che parti di esse siano state integrate in seguito; le vere, autentiche e più antiche Upanishad sono in realtà quattordici e, secondo Deussen, andrebbero cronologicamente ordinate come segue:

Brhad-aranyaka-up., Chandogya-up., Taittiriya-up., Aitareya-up., Kausitaki-up.,Kena-up., composte in prosa,

Katha-up., Isha-up., Svetashvatara-up, Mandaka-p., Mahanarayana-up., composte in versi,

Prashna-up., Maitrayaniya-up., Mandukya-up., composte nuovamente in prosa.

Le Upanishad sono comunemente considerate la parte più significativa del cosiddetto Vedanta (la “parte finale” dei Veda), insieme agli Aranyaka, i “libri della selva” che sono particolari sezioni dei Brahmana, sezioni, queste, dedicate al simbolismo e alla mistica del sacrificio, così definite perché si ritiene che siano testi da studiare nella solitudine della selva o da parte degli eremiti (vanaprastha) che, nel silenzio della selva, in preghiera e in meditazione attendono la morte.

Attraverso le Upanishad si va definendo il valore e l’importanza della conoscenza come strumento di emancipazione per l’uomo dalle forme illusorie e vacue del mondo terreno, e si delineano nuove risposte agli interrogativi di sempre, in primis quello della conoscenza dell’origine di ogni cosa. Già nel Rgveda i bramani, per spiegare quale fosse l’origine di questo mondo avevano creato, di volta in volta, l’immagine del Purusha cosmico (il “maschio” dal cui corpo, per mezzo del sacrificio primordiale, attraverso lo smembramento, erano nati gli esseri viventi), quella di Vishvakarman, “artefice di tutte le cose”, o ancora, quella di Prajapati, “Signore delle creature”. Ma qual era mai la sostanza da cui lo stesso demiurgo, qualunque ne fosse il nome, era sorto? Le Upanishad individuano il principio indissolubile che alimenta l’universo nell’Atman, il Sé cosmico che finisce con l’assorbire le caratteristiche che erano state proprie del Brahman tradizionale (si parlerà infatti più correttamente di Atman-Brahman): come il Brahman (dal verbo brh- “nutrire”) l’Atman “nutre” ogni forma vivente ed è indistruttibile, imperituro e ingenerato. Così conosciuta l’essenza dell’universo la sospirata liberazione dal samsara, dal ciclo delle reincarnazioni che attende ogni essere vivente, consiste nell’unione con l’Atman, possibile solo attraverso i mezzi della conoscenza. Questo in sintesi l’essenza del pensiero delle Upanishad.






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